ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO: "LOTTANDO CON L'ANGELO" DI ANTONIO PETRUCCI

 

Capitolo I

 

 

 

San Pietroburgo, 1849

 

1.

Domani a quest’ora non ci sarò più. A forza di pensare queste parole era riuscito a svuotarle di tutto l’orrore che contenevano. Non ci sarò più, pensò, e cioè non ci sarà più niente. Non era così terribile.

Ma si sentiva ancora forte e pieno di vita, così pieno di voglia di vivere e di amare… Andare per le strade di San Pietroburgo, respirare l’aria fredda, osservare il proprio fiato così simile alla nebbia e poi le case sulla Neva e il fiume ghiacciato… Si può rassegnarsi a morire a soli ventotto anni?

Fëdor giaceva sulla tavola nuda che gli faceva da letto e guardava la luce esigua che entrava nella cella dalla feritoia alla sua sinistra. Era il 21 dicembre del 1849. A volte, per alcuni attimi, lo vinceva il panico: un panico che non solo gelava le ossa, ma minacciava la sua identità. Rischiava  di dimenticare chi era e perché era lì. Allora egli ripeteva il suo nome, come una preghiera, come una parola magica, che poteva ancora salvarlo. Mi chiamo Fëdor Michajlovič Dostoevskij e sono uno scrittore.

Infatti, pensò con amarezza, aveva scritto due o tre romanzi, prima che lo arrestassero: il primo aveva avuto molto successo, gli aveva conquistato il cuore del più influente critico di San Pietroburgo, Vissarion Grigorevich Belinskij, gli aveva aperto le porte delle case editrici, dei giornali, delle riviste e perfino dei salotti importanti. Il secondo gli aveva fatto perdere tutto ciò. Il terzo, che stava scrivendo quando l’avevano arrestato, non l’avrebbe mai finito…

Domani non ci sarò più, non ci sarà più niente. Non sarebbe mai  diventato un grande scrittore. L’unica cosa che avesse mai desiderato diventare – uno scrittore, un romanziere: uno che, con la forza della parola, suscita eventi, dà la vita e la morte, uno che parla al suo popolo e se ne fa interprete, uno che è un poco come Dio, insomma, sì, una specie di dio minore. Suo padre aveva voluto che lui facesse l’ingegnere. Aveva cercato di accontentarlo. Lo aveva accontentato. Ma non era quello che lui voleva essere, era un’altra cosa. Come spiegarlo a suo padre? Suo padre non capiva, non voleva ascoltare, capire. Suo padre voleva comandare, disporre. E lui era diventato ingegnere. Ma poi suo padre era morto e lui aveva incominciato a scrivere (a vivere, dunque?).

Ogni giorno, nella sua camera, dal suo tavolo volto alla finestra, dalla quale era possibile vedere un pezzo di cielo e un pezzo di San Pietroburgo, egli cercava di racchiudere nelle parole il mistero dell’esistenza, i volti della gente, la bellezza del mondo, il male e il bene nel cuore degli uomini.

A volte, Fëdor lasciava il suo tavolino, si spingeva fino alla Neva, il fiume di San Pietroburgo, per guardare l’acqua scorrere via; oppure si portava alla piazza del mercato per osservare i contadini che vendevano frutta o verdura, la merce raccolta in grandi ceste, il pesce fresco e salato, e i clienti che mercanteggiavano sul prezzo… Ma c’è sempre la povera gente che soffre la fame, che non ha i soldi per il pane o per l’affitto o per le medicine… C’è la povera gente che non ha in tasca neppure un pugno di copechi… Che cosa sogna o spera? Cambieranno mai le cose? Certo, la povera gente aveva la fede, che l’aiutava a tirare avanti (la fede è così importante per il popolo russo!), ma era davvero possibile credere, quando il privilegio più sfacciato contrapponeva i ricchi ai poveri? e quando il potere non pago di sé vestiva i panni dell’arroganza?

 

2.

“Posso chiedervi quale sarà l’argomento del vostro prossimo racconto?”

Fëdor si girò. Chi gli aveva rivolto la parola era un uomo alto e magro, pallido, coi capelli lunghi e la barba bionda, con un elegante soprabito.

“Mi chiamo Michail Vasil’evic Petraševskij” si presentò. “Sono un avvocato.”

Così, quasi per destino, Fëdor aveva incontrato Petraševskij. E avevano trascorso la notte intera a discutere, fino all’alba, di socialismo, rigenerazione della società, riscatto dei poveri e degli emarginati. Dopo due o tre mesi, lui, Fëdor, era andato a vivere, con alcuni giovani presentatigli da Michail, in un appartamento sull’isola Vasil’ev. Avevano messo i soldi in comune e si erano divisi i compiti: c’era chi puliva la casa, chi faceva la spesa, chi cucinava. Mettere tutto in comune: divenire, da individui singoli, una comunità; era questa l’idea. Ogni venerdì poi si ritornava da Michail Petraševskij a discutere di Charles Fourier e dei suoi libri.

Sognavano di cambiare le cose, di cambiare il mondo. Non solo la Russia, non solo l’Europa, ma il mondo. Come? Come insegnava Fourier: abolendo il matrimonio e la famiglia, causa di oppressione della donna (e, conseguentemente, anche dell’uomo), radice inevitabile di repressione, ipocrisia, tradimento, meschinità; liberando le passioni, e riorganizzando la società in piccole comunità dedite al lavoro e al divertimento. Naturalmente poi nella piccola comunità dell’isola Vasil’ev le cose andavano molto diversamente. Fëdor, ad esempio, aveva messo gli occhi su Nastasija – una bella ragazza bruna sui venti anni. Ma che cosa c’era fra loro oltre rapide occhiate e altrettanto rapide accensioni del volto?

Loro sognavano una società libera e felice. Ma una notte la polizia di Nicola I aveva fatto irruzione nell’appartamento.  I poliziotti avevano colpito ciecamente, rabbiosamente, e poi trascinato fuori tutti nella notte. Forse qualcuno era riuscito a fuggire. Forse qualcuno era morto sotto i colpi. E Nastasija, che fine avrà fatto? Lui, Fëdor Michajlovič, era finito alla fortezza di S. Pietro e Paolo.  Dopo tre mesi di cella (senza libri, senza carta) e di interrogatori spietati – ai quali del resto non si era piegato – era stato condannato a  morte.

L’unico che è venuto a trovarlo in carcere è stato Michail, suo fratello. Si sono guardati con gli occhi fuori dalle orbite, si sono buttati l’uno nelle braccia dell’altro. Dopo la morte dei genitori, lui è tutta la sua famiglia. Quando erano bambini, Michail lo aveva difeso dai ragazzi più grandi. Quando erano diventati grandi lo aveva difeso dagli usurai. Ma adesso… non poteva fare nulla per lui. Quando è stata fissata l’esecuzione? gli ha chiesto Michail. Il 22 dicembre, lui ha risposto. Michail piangeva e  Fëdor ha dovuto consolarlo. “Credi che ci rivedremo? ha chiesto suo fratello. Credi nella resurrezione?” “Sì, certo, ci rivedremo. Ci rivedremo e ci racconteremo tutto.” “Sarà un giorno di festa, non è vero, Feda?” ha detto Michail. Poi lui è andato e Feda è rimasto solo.

 

3.

Si era addormentato? Ah, mio Dio, che errore: che cosa stupida, dormire. Dormire? Ah, vivere, respirare, pensare. Ancora un poco, sì, ma con forza, con lucidità, con consapevolezza. Ah, come gli sarebbe piaciuto una passeggiata per le strade di San Pietroburgo, adesso, a pochi giorni dal Natale, i negozi, la gente che cerca regali per chi ama, regali per i bambini, regali per la sposa o per l’amante, e fuori c’è la neve e il fiato esce dalle labbra come nuvole di fumo. Ah, amata San Pietroburgo! Non era stato un amore a prima vista, il suo, no, era stato un amore cresciuto lentamente all’ombra dell’avversione. Ma quanto l’amava adesso! Amava la Neva, prima di tutto: in inverno quando era gonfia di neve e in primavera quando le betulle e i palazzi variopinti si specchiavano nell’acqua; amava il Nevskij Prospèkt, il centro di San Pietroburgo compreso fra i due canali, la Fontanka e la Mojka; amava anche le grandi strade e i piccoli vicoli, i quartieri dei ricchi e quelli dei poveri e la piazza del mercato, la Sennaja Proscad, dove avrebbe voluto ambientare i suoi nuovi racconti. Non ci sarebbero stati, non ci saranno, pensò, nuovi racconti. La luce dell’ultimo giorno picchiava contro la finestrella e il suo cuore accelerava i battiti.                                      

Calmati, calmati, cuore, c’è ancora tempo, c’è ancora tanto da vivere, ore, minuti, aria da inghiottire avidamente, ricordi, immagini. Ah, avere un giorno da vivere, ai Giardini d’estate di Pietroburgo, un giorno con il cielo azzurro e il vento che porta profumo di fiori. Devo morire, pensò. Devo andare a morire. Morire io? Possibile? Sembra impossibile eppure bisogna accettarlo. Fra poche ore non ci sarò più. In un certo senso niente ci sarà più. In un altro senso tutto continuerà come prima. Alberi, nuvole, cielo e pioggia e neve e sole – altri uomini godranno di tutto questo. E Fëdor?

Fëdor non è diventato quello che doveva – un grande scrittore russo. Forse ora è questa la cosa che più gli dispiace: non tanto di dover morire, ma di non essere diventato quello che doveva. E Dio? Aiutami, Dio, chiese Fëdor. Ma Dio era una grande statua e non sapeva che cosa significa soffrire o avere paura. Era una grande statua nuda e senza pietà. Nessun male degli uomini poteva toccare la sua grandezza. Chi sei tu, Dio? che cosa sei? gli domandò Fëdor. Ma Dio era un’aquila che abita su alte montagne e vede gli uomini – piccoli come formiche – che portano con sé il loro male e muoiono senza sapere.

 

4.

Dalla fortezza di Pietro e Paolo alla Piazza Semenov – dove sarebbero stati fucilati – ci sono cinquemila passi. Tanti. Un’eternità. Si attraversano strade, si calpesta la neve, si sfiorano case, portoni, finestre, si assiste al risveglio degli altri, i commercianti che scendono in strada per aprire i negozi, le serve che vanno presto al mercato per fare la spesa e anche i curiosi che si affacciano per guardare i condannati a morte. Fëdor li guarda negli occhi con orgoglio, ma nessuno regge il suo sguardo. Loro vedranno la sera di quel giorno – è il 22 dicembre del 1849 – loro vedranno la notte di quel giorno e la Vigilia di Natale e Natale – il giorno della nascita di Cristo – ma lui non ci sarà più. Fëdor Michajlovič Dostoevskij, nato nel 1821, morto nel 1849, anni ventotto.

Da dove si trovano adesso a Piazza Semenov ci sono cinquecento passi. Sufficienti a ricordare una vita. Ed è quello che lui vorrebbe fare – ricordare. Ci sono tanti ricordi nella sua memoria! Memorie dolcissime: sua madre che suona il pianoforte o canta o recita versi… è bellissima e suo padre ne è molto geloso. Anche lui, Feda, ne è geloso. Ma sua madre è morta giovane, a soli trentotto anni… li ha lasciati, è andata via per sempre. Si chiamava Mar’ja. E lui… Perché non prova più nulla? Perché si sente così vuoto? Anche il freddo non si sente più. La gente li guarda, abbassa lo sguardo, le madri stringono a sé i bambini. Hanno paura. In fondo loro, i condannati, sono già morti. Quella passeggiata di morti ha uno scopo “educativo”, certo. La polizia dello Zar Nicola I dà un esempio. Ecco come si finisce a sognare una società di liberi e uguali, di persone felici, ecco come si finisce a voler minare le basi della società, le classi sociali, l’autorità, il matrimonio, la Patria. I nostri passi che risuonano sul selciato – è l’ultima volta – è l’ultimo ricordo. Passi nel vuoto – nel nulla. Prova a pregare, si dice Fëdor, prega… “Voi dunque pregate così… Padre Nostro, che sei nei cieli…” Ma le parole gli si gelano sulle labbra e le labbra tremano troppo forte. “Voi dunque pregate così… Padre Nostro che sei…”

Da dove si trovano adesso alla Piazza Semenov ci sono cinquanta passi.

Nella Piazza Semenov i condannati a morte vengono distribuiti a piccoli gruppi. Lui fa parte del secondo gruppo. è fortunato, ha un pugno di minuti in più. Ma per farne che cosa – oramai? E vedere i compagni appoggiati al muro… vederli morire è come anticipare la propria morte, vedersi morire. è un privilegio vedersi morire o una condanna ulteriore? Ecco, fra poco… Ma che cosa succede? Qualcosa deve essere accaduto – la fucilazione sembra sospesa. Il primo gruppo viene ricondotto indietro. Un ufficiale dichiara che Sua Maestà Imperiale Nicola I – lo Zar di tutte le Russie – ha fatto grazia a tutti della vita. La condanna a morte – per lui, Fëdor – viene mutata in quattro anni di lavori forzati. Che dice? Perché lui, Fëdor, non prova niente? Sente di non sentire – né gioia né dolore. Solo quel vuoto dentro che perdura.

Sono stato di là, sono tornato, come Lazzaro – e ora? Ho paura. Di quando questo vuoto finirà e verrà la gioia d’essere vivo e il dolore d’essere vivo, verrà l’oggi e il domani. Ho paura. Ma gli altri gridano di gioia, i soldati intervengono, l’ufficiale minaccia… Qualcuno singhiozza. è l’alba davvero, per Fëdor Michajlovič. Ecco, il vuoto si scioglie, ho freddo di nuovo, sto ricominciando a tremare, sento qualcuno che geme, geme, come se stesse per soffocare – ma forse sono io.

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